Per un breve riassunto del testo, le domande a e risposte di Franco Zecchin, vedi la versione olandese
Nato a Milano

Franco Zecchin
Sono nato a Milano nel 1953. Durante gli studi di fisica nucleare ho incominciato a interessarmi alla fotografia e alla ricerca teatrale. Il mio coinvolgimento nel teatro iniziò nel 1969 in Sardegna con il gruppo Dioniso, a sostegno della lotta degli abitanti contro l’istallazione di un poligono di tiro militare in Barbagia; continuò nel 1974 con la Comuna Baires a Milano, sperimentando le tecniche di formazione dell’attore e le dinamiche di gruppo e a Venezia partecipando a un workshop residenziale con il “Teatr Laboratorium” del regista polacco Jerzy Grotowski.
Palermo
Nel 1975 andai a vivere a Palermo. Con Letizia Battaglia coordinammo l’attività del gruppo “Informazione Fotografica”, lavorando con il giornale L’Ora e con la stampa nazionale e internazionale. La nostra relazione personale e professionale si articolò nel corso degli anni in molteplici forme di attivismo culturale e d’impegno politico e cittadino: la partecipazione al nascente movimento antimafia e l’adesione al Centro Impastato, con cui allestirò mostre itineranti; la pubblicazione del mensile di politica e cultura Grandevù. Grandezze bassezze e della Città di Palermo; l’apertura de Il Laboratorio d’IF, il primo centro dedicato alla fotografia nel Sud Italia; l’animazione di un laboratorio teatrale all’interno dell’ospedale psichiatrico di Palermo con le persone ricoverate nei reparti schizofrenici ed epilettici.
Altri aspetti
I miei interessi non si limitavano alla testimonianza della violenza mafiosa né alla sola città di Palermo: esploravo altri aspetti della società siciliana come le feste religiose, il lavoro, i modi di vivere in contesti urbani e rurali, l’infanzia, i paesaggi. Per me, la fotografia non è solo un modo di descrivere e di testimoniare, ma anche uno strumento di conoscenza e d’analisi di una realtà sociale e politica particolarmente conflittuale e contrastata.
Incontro con Josef Koudelka
Dal 1980, l’incontro con Josef Koudelka, amico e maestro, contribuì a costruire il metodo e il rigore nella mia pratica fotografica. Con Letizia e Josef, viaggiammo con un piccolo camper, percorrendo campagne, paesi e città, in Sicilia, in Sardegna, in Turchia, in Egitto, attraversando l’Europa, da Londra a Vienna.
I primi riconoscimenti
Nella seconda metà degli anni Ottanta, il mio lavoro in Sicilia iniziò a ricevere i primi riconoscimenti: il New York Times Award nel 1987, il Premio Internazionale di Giornalismo Città di Trento nel 1988, Chroniques siciliennes, libro e mostra prodotti dal Centre National de la Photographie a Parigi nel 1989.
Magnum
Nel 1988 diventai membro nominé dell’agenzia Magnum e iniziai a interessarmi ai paesi dell’Europa dell'Est, nel periodo precedente e immediatamente successivo alla caduta del muro di Berlino. Tra il 1989 e il 1991 condussi un’inchiesta fotografica sui rapporti tra inquinamento industriale e salute pubblica in Slesia, nel sud della Polonia, utilizzando la fotografia per decifrare e denunciare i legami tra industria pesante, salute, danni ambientali e violenza sociale. Allestii la mostra Pollution and public health in the Katowice region per allertare le popolazioni locali (nel 1993 al Museo di Katowice e nel 2015 a Bielsko-Biała).
Parigi
Nel 1994 mi trasferii a Parigi, dove coprii l’attualità internazionale come fotogiornalista indipendente collaborando con varie testate internazionali. Con l’evoluzione della stampa, e dopo l’arrivo del digitale, il mio approccio alla realtà sociale si avvicinò sempre più all’antropologia. Per alcuni anni, ho condotto una ricerca fotografica sul nomadismo in varie parti del mondo, interessandomi alle problematiche ecologiche, economiche e geopolitiche che vivono le diverse popolazioni nomadi. Il progetto si concluse nel 1998 con la pubblicazione di Nomades, Éditions de la Martinière, e l’allestimento di diverse mostre in Francia, in Italia e in Cina, dove nel 2000 ricevo l’Humanity Photo Award.
Marsiglia
Dal 2006 vivo e lavora a Marsiglia, dove da dodici anni svolgo attività di formazione all’uso della fotografia nelle scienze sociali per gli studenti dell’École des hautes études en sciences sociales. Se il lavoro giornalistico ha lasciato sempre più il posto alle ricerche personali, la fotografia resta il mio strumento di analisi delle realtà sociali. Oltre a lavori in collaborazione con antropologi (sugli spazi monacali, sulle relazioni di gender attraverso i matrimoni, sulle dinamiche sociali, economiche e politiche della produzione casearia sarda) sono impegnato in un progetto decennale di esplorazione del territorio marsigliese in rapporto con le attività economiche e le pratiche sociali che hanno partecipato alla costruzione del paesaggio.
Continente Sicilia
Nel 2019 ho pubblicato il libro Continente Sicilia, una retrospettiva che restituisce, attraverso fotografie fatte tra il 1975 e il 1994, la mia visione della Sicilia antitetica a quella di un’insularità marginale e sopraffatta dal potere mafioso : un’isola al contrario al centro di dinamiche internazionali e luogo di sperimentazione sociale e politica.
Nel 2023 il Festival Fotografico Europeo mi ha attribuito un Premio alla Carriera.
Le mie foto fanno parte delle collezioni dell’International Museum of Photography di Rochester, del MOMA di New York e della Maison Européenne de la Photographie a Parigi.

Palermo, 1980. The "LAPA": a popular and family car.
Risposte alle 5 domande:
Domanda 1: Le foto della esposizione a Maastricht sono scattate tra 1975 e 1994. Sono basati su un attivismo culturale e politico e la necessità di portare sotto l’attenzione ciò che succedeva a quei tempi. Ha detto in un intervista: “La Sicilia di quei tempi, non c’è più.” Quale è il più grande cambiamento che ha visto e sperimentat
Risposta:
Nel 1992, la “strategia terroristica” di Cosa Nostra raggiunse il suo apice: i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con altre nove persone, morirono in due attentati. Queste tragedie provocarono scoraggiamento e ribellione da parte dei cittadini. Lo Stato italiano fu costretto a reagire e fece ciò che avrebbe dovuto fare da molto tempo: alla fine del 1993, Totò Riina, leader dei “Corleonesi”, fu arrestato.
La nuova alleanza tra famiglie che si è sostituita all’egemonia del clan dei "corleonesi", all’interno di "Cosa Nostra", ha ripristinato le antiche strategie d’infiltrazione, di corruzione, di ricatto e di alleanza con il potere politico. La mafia di oggi investe i capitali della droga nella finanza internazionale. Non appare più, non offre più lo spettacolo della morte, non mette più in scena la propria terribile potenza. Gli affari si fanno meglio quando tutto tace, quando i riflettori della cronaca sono spenti, quando non c'è più la possibilità di un'opposizione.
Domanda 2: Ha fotografato con la sua compagna Letizia Battaglia che scattava tutt’altro tipo di foto della stessa situazione. Due stili complementari. Sarebbe stato in grado scattare le stesse foto senza la distrazione provocata da Letizia che con lo suo stile cercava l’interazione?
Risposta:
Letizia si immergeva nelle situazioni, riducendo al massimo la distanza fisica con i soggetti che fotografava, provocando et spingendo le persone a reagire. Al contrario, io cercavo la distanza necessaria alla descrizione, diminuendo l’impatto della mia presenza per lasciare spazio all’altro. Lei era chiassosa e intemperante, io silenzioso e discreto. Siamo cresciuti insieme, ognuno sviluppando il proprio rapporto con la realtà.
Domanda 3: Non si è mai sentito fuori luogo / non ha mai esitato a scattare foto in quei momenti di gran dispiacere per i vicini del morto? Oppure si è mai sentito malvisto in un momento talmente intimo con i prossimi del defunto? C’è una riga sottile nell’atteggiamento. In questo caso Lei era ‘fly on the wall’ e, secondo me, non paparazzo. Fotografa in modo dignitoso. Però i vicini non possono saperlo. Come lo fa? (vedi foto del Omicidio di Benedetto Grado, Palermo, 1983)
Risposta:
Il mio approccio alla realtà è guidato dal rispetto nei confronti delle persone e delle circostanze: mi sforzo di ridurre l’impatto della mia presenza, di limitare le interferenze con l’evento al quale sto assistendo mettendo da parte ogni pregiudizio. Fotografo in silenzio, quando ne sento l’urgenza, economizzando gli scatti. La sobrietà nella pratica della fotografia tende a proteggere le persone e le cose dalla contaminazione di colui che fotografa. Cercare di ridurre temporaneamente la propria visibilità favorisce l’apparizione dell’altro. Fotografare è per me al tempo stesso una forma di attesa e di anticipazione, l’incontro tra la mia visione personale e l’evidenza della descrizione, il risultato di un processo di frammentazione, di rarefazione e di raffinamento della realtà che tende a escludere le intrusioni per selezionare gli elementi essenziali della narrazione.
Domanda 4: Le fotografie dimostrano la crudeltà della vita in quei tempi. Come ha combattuto la paura di riscatti, minacce o altro?
Risposta:
Il giornalismo investigativo, quando è praticato in modo indipendente e coraggioso, può entrare in conflitto con gli interessi di associazioni e di stati criminali. Il rischio fa parte del mestiere: 1.668 giornalisti sono stati uccisi negli ultimi 20 anni (2003-2022), con una media di 80 all'ann.
Domanda 5: Ha fotografato come uno strumento di denuncia e di informazione. Pensa che la visibilità della crudeltà nelle sue foto pubblicate sui giornali abbia cambiato qualcosa nella testa e nel atteggiamento della gente? E se si, cosa?
Risposta:
La fotografia è contemporaneamente la copia conforme di un istante di realtà e un’interpretazione di questa stessa realtà, essa connette la captazione oggettiva con la testimonianza personale. Quando è preservato il suo carattere probatorio, questa frammentazione del reale può divenire simbolo, imprimersi nella memoria. Nel contesto siciliano, il ricordare è un atto etico.
La nostra arma era l'informazione, che abbiamo usato per rompere la trasmissione di una cultura diffusa della rassegnazione, della sottomissione, dell'omertà. Abbiamo mostrato ai giovani la realtà devastante della mafia, in contrasto con gli stereotipi letterari e romantici che alimentavano il mito di una mafia "buona", che rispettava un codice d'onore, che difendeva e sosteneva i più deboli, garantendo i servizi che lo Stato negava loro. Abbiamo cercato di sottrarre alla mafia il consenso delle nuove generazioni.

Benedetto Grado's wife and daughters at the scene of his murder. The family was already mourning the son Antonio’s murder. Palermo, November 15th, 1983.

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